Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

Perfetti Sconosciuti (2016)

Il fatto di avere dei segreti è, probabilmente, l’unica cosa che distingue gli uomini dagli animali.

Osamu Dazai

locandina°°° SPOILER. Se non avete visto il film sappiate che alcune anticipazioni potrebbero essere contenute per necessità di recensione in questo post. Statene quindi alla larga o non dite che non vi avevo avvertiti °°°

Se vi diranno che “Perfetti Sconosciuti”, l’ultimo film di Paolo Genovese, è una storia sullo strapotere del telefonino, non credetegli. Il telefono è solo l’escamotage, il moderno capro espiatorio a cui dare le colpe della nostra debolezza. Il telefono in fondo è solo uno strumento nelle mani degli uomini. E’ molto più antico il tema di cui si discute. Stiamo parlando di segreti, fiducia, fragilità delle relazioni.

Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta ci dice il film e ce lo prova. Intorno ad un tavolo, in una cena come tante, si incontrano gli amici di sempre. Tre coppie e un single, che forse non lo è più ma sembra ritroso a presentare la nuova fidanzata. La padrona di casa, Eva (Kasia Smutniak) moglie di Rocco (Marco Giallini) propone un gioco: i cellulari di tutti sul tavolo e quello che arriva (sms, chat e telefonate) si legge a tutti, o si risponde in viva voce. “Tanto non abbiamo segreti” provoca, sapendo i suoi tutto sommato al sicuro.

Attraverso il gioco, si arrivano a scoprire piccoli e grandi segreti. Ognuno si scopre diverso dall’immagine che aveva costruito per gli altri. Quasi nessuno risulta immune da un’ombra pesante, un segreto che ne sconvolge gli equilibri. Si ride nel film, anche quando i momenti sono tesi, ma presto vince l’amarezza e chi guarda, si trova a chiedersi cosa stia nascondendo o cosa gli stia nascondendo chi è seduto lì accanto.

Tradimenti, orientamenti sessuali nascosti, patti segreti con i figli, scelte personali non svelate. Quasi ognuno dei sette personaggi finisce con lo svelare che esiste un altro loro, taciuto per motivi diversi. La difficoltà di essere coppia, di affrontare i traumi insieme, la fragilità dell’amicizia, per cui nessuno sa veramente chi è il suo amico, chi merita la fiducia, quella vera, di una relazione sincera. Comunicare è ancora la più difficili delle arti, una fatica davanti alla quale spesso ci si arrende.

Sulla superficie si viaggia più sereni, accarezzando solo il lato morbido delle cose. Allora tutti sorridono, vivono allegri, tra le battute, i baci, i sorrisi. Ma se scaviamo oltre la prima pelle, abbiamo quello che non possiamo dire, che crediamo almeno di non poter dire, il dolore, la sofferenza, la distanza che non sappiamo più come colmare. Ma è solo perchè siamo tutti più o meno gretti? No. Nelle coppie, come nelle amicizie, non-dire vorrebbe spesso avere il significato di proteggere. Una protezione che porta in molti casi a distanze che possono divenire incolmabili, ma pur sempre protezioni. Se la relazione, a cui tengo, nonostante tutto tengo, non saprà ascoltare la mia storia, non è forse meglio raccontarla altrove o non dirla mai? Non sarebbe ancor più volgare la verità, che mi porterebbe a rischiare di perdere chi amo? Davvero si può voler essere responsabili di una tale scelta? Dirà Peppe che “se ami qualcuno lo proteggi. Lo proteggi da questo e da tutto”, lo proteggi anche dalla verità.   Perchè, se ho bisogno di te, posso davvero rischiare di ferirti con la sincerità? Sembra questa la domanda che nasce dalla ferocia con cui questi amici scoprono di essersi mentiti. Il coraggio di rischiare manca a moltissimi, tutti i giorni. Certo, una storia al cinema carica le cose, e forse non ci sarebbero tutti questi colpi di scena tra sette amici “normali”, presi a caso per strada. Forse. 

Tra tutte, suona teneramente dolorosa la storia di Peppe (Giuseppe Battiston) che nasconde la sua omosessualità da sempre e scopre che in fondo ha fatto bene, perchè i suoi amici si mostrano con tali pregiudizi profondamente interiorizzati, che nessuno al posto suo avrebbe facilmente fatto diversamente.

Mentre ci si commuove per la tenerezza con cui Rocco, la cui coppia è in crisi, sceglie di affrontare segretamente la situazione, cercando risposte in terapia, mostrandosi un fantastico padre complice della figlia a scapito di una madre rigida e poco capace di ascoltare (e che, manco a dirlo, lavora come psicologa, perchè non posso mai uscire dal cinema con la gioia nel cuore, quando si parla della mia categoria n.d.s.). Una moglie di cui, per parole della stessa figlia, è troppo innamorato per vedere quanto è stronza. E sarebbe la sua l’unica storia che, grazie a qualche velo rimasto al suo posto, potrebbe anche salvarsi da questa violenta gettata di verità.

Sembrerebbe anche, che il limite ormai infranto sia quello dell’intimità, del tenersi le cose in sé. Segreti, certo, ma solo per alcuni, conservati in una piazza sconfinata come la memoria di un cellulare, con le sue chat, i suoi Social. Viene in mente il totale contrasto con un’altra storia raccontata da un film, quella di 2046, del regista War Kar Wai. Lì veramente il segreto restava tale, custodito per sempre, silenzioso. Si racconta nel film: Un tempo quando uno aveva un segreto da nascondere andava in un bosco, faceva un buco in un tronco e sussurrava lì il suo segreto. Richiudeva il buco con del fango così, in seguito, sarebbe rimasto sigillato per l’eternità” Nel nostro film invece, il segreto è condiviso. Come se non sapessero che, chi conosce i nostri segreti, diventa facilmente il nostro carceriere, assumendo un potere estremo sulla nostra libertà. Fosse anche un cellulare.

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