Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

Il Privilegio di Morire avendo vissuto (pensando ad Oliver Sacks)

La morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare.
Jorge Louis Borges

Della morte spesso non si parla. Anzi. La verità è che si fa di tutto per non pensarci, come se questo bastasse ad allontanarla. Ma la morte è presente in ogni nostra giornata, placida, in attesa. L’abbiamo vestita di nero, le abbiamo regalata una falce, ma il suo vestito importa a noi, a noi soltanto e alla nostra cultura, alle nostre paure, all’illusione del potere di mandarla via, illusione che porta alla preghiera o alla ricerca di chi ci ricordi o del grandioso che ci renda memorabili. Non sempre e non necessariamente la morte si presenta, però, come nemico. Più semplicemente è parte della vita stessa, ma sarà tanto più dolorosa e crudele, tanto più sceglieremo di dipingerla nemica, crudele, da fuggire.

In questi giorni molti si sono commossi per le parole di Oliver Sacks, neurologo britannico, divulgatore, uomo di 81 anni pieni di passione per il suo lavoro e avventure variegate. Uno scrittore, tra le altre cose, autore di libri capaci di affascinare, semplici parlando di argomenti difficili come solo i grandi sanno fare. Libri come “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”(1986), “Un Antropologo su Marte” (1995), “L’Occhio della mente” ( 2010)  e forse il più conosciuto, apparso nel 1973 in Italia e capace di ispirare un film di buon pubblico, “Risvegli” (1990). Cosa raccontano le sue parole? Che sta morendo.

Lo leggiamo sul New York Times e poi rimbalzato in Italia di giornale in oliver sacksgiornale e nel leggerlo ci troviamo di fronte un uomo che parla con semplicità del suo cancro terminale e che, lentamente, si avvicina al pensiero della sua morte. Quello che ci racconta Sacks è la sua riflessione sul morire e sul piacere di aver vissuto, che troveremo, immagino, nella sua autobiografia in via di pubblicazione (il prossimo maggio 2015). Quello che ci racconta emoziona, intenerisce, colpisce. Perchè? Perchè un uomo famoso ammette la sua umanità condividendo il pensiero sulla sua prossima fine? Forse. Colpisce sempre riflettere sulla propria fragilità riflessa in quella degli altri, specie se li si ritiene “distanti” da pensieri così “umani”. Ma ancora di più se ne parla perchè le sue parole raccontando la morte, sono parole placide, semplici e portano a fermarsi. Fermiamoci e riflettiamo, lentamente, senza lasciar parlare solo la paura, su cosa possa significare la morte per noi, come la sentiamo, quanto riusciamo a parlare di lei.

Quella che sembrerebbe una lettera a cuore aperto alla vita di Sacks, seppure parla della sua prossima morte, colpisce perchè non ha toni feroci, di invettiva, di rabbia ma è pulita, onesta. Quello che racconta, è un sentimento umano di gratitudine. Sacks è grato perchè dalla diagnosi originale sono passati nove anni e gli è stato possibile riempirli e viverli come credeva e, ora che la morte si avvicina, è felice di averlo fatto. Ora, dopo anni e anni di progetti pieni di futuro, può affrontare la morte lasciando quello che verrà ad altri, accettando il distacco dal futuro per sentire il presente.

Non pretende, Sacks, di non avere paura di morire, ma riconosce altre emozioni predominanti in questo suo tempo ultimo. E sempre la gratitudine viene ad essere protagonista delle sue parole. Quel sentimento di maturità, di consapevole partecipazione alla vita per quello che ha dato e preso. Essere grati accompagna un sorriso e nutre la sensazione di esserci stati, di aver vissuto pienamente e di poter per questo sentirsi felici e capaci, quindi, anche di andare via.

Di come la gratitudine migliori il nostro modo di sentirsi, se ne è occupato anche il sito americano, Soul Pancake che indaga e presenta i temi della vita per stimolare il sentirsi bene e, secondo il suo stesso slogan, “aprire la mente”. In un video del luglio 2013 hanno realizzato un piccolo esperimento sulla gratitudine all’interno del contenitore “The Science of Happiness”. Dopo aver intervistato soggetti a cui si chiedeva di ricordare a chi erano grati per l’influenza positiva avuta sulla loro vita, i soggetti dovevano scrivere a questa persona e, se avevano piacere di farlo, chiamarla. Se la contattavano telefonicamente, le leggevano ( o alla sua segreteria) la lettera di gratitudine scritta. Il grado di felicità di chi scriveva aumentava fino al 4% e addirittura fino al 19% se si sentiva la voce dell’altra persona. Un semplice modo per sperimentare come esprimere la nostra gratitudine ci renda in fretta persone più felici.

Se impariamo la nostra felicità, la gratitudine sarà per la vita stessa e questo ci permetterà di accettare anche il dover morire.

Quello che Sack chiama il privilegio di vivere è un lungo cammino fatto con noi stessi, una continua avventura dove scopriamo la felicità anche per quanto riusciamo ad esprimere la gratitudine verso gli altri, per quanto riusciamo a staccarci dal possesso del tempo che siamo stati e accettare la morte continuando a dare un senso ad ogni giorno che ci separa da lei. Riuscire come lui, a manifestare serenamente un senso di gratitudine per aver amato ed essere stato amato, per aver dato molto e aver avuto qualcosa a sua volta, per aver letto, viaggiato, pensato, scritto sarebbe un buon modo per avvicinarsi alla morte. E’ nella consapevolezza delle bellezza della nostra vita che troviamo la serenità per allontanarcene. Nella gioia di quello che siamo stati capaci di vivere, troviamo il privilegio di poter morire avendo vissuto, avvicinandoci alla morte come una nuova avventura.

Pollicino:  Tutti noi che moriremo un giorno.

L’Orco: La paura di andarsene che non ci permette di farlo con serenità.

L’arma segreta: Una vita grata a chi abbiamo amato che ci accompagna nell’avventura della morte
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Questa voce è stata pubblicata il 24 febbraio 2015 da in Storie di Oggi, studi recenti con tag , , , , , , , , .
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