Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

Dialogando con Psiche 10° – ” La Dipendenza Affettiva”

L’Amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo. L’Amore deve avere la forza di attingere la certezza in se stesso. Allora non sarà, ma trascinerà.
Hermann Hesse
 
 

Tutto termina e anche l’esperienza di Dialogando con Psiche, il gruppo che in Val Pellice ha parlato di problemi e argomenti psicologi con la comunità, è giunta all’ultimo incontro. Oltre a inviare un saluto ai compagni di avventura ( Milena Cammilleri, Valentina Bolla, Andrea Dulicchio) un ringraziamento va anche a chi per tanti mesi ha seguito i diversi incontri, agli sguardi interessati e alle domande che, anche in questa occasione, non sono mancate. Non senza emozione si è parlato di un argomento importante, perché sfumato e intimo, difficile da non incontrare per la propria via. Si tratta della Dipendenza Affettiva, dipendenza dall’amore e dal bisogno di essere coppia, di farsi amare che fa parlare di se dal 1945 quando Fenichel definì gli “amoredipendenti” ma che iniziò ad avere una reale visibilità con il testo di Robin Norwood “Donne che amano troppo” negli anni ’70, un testo che ancora oggi è letto con interesse non solo dagli addetti ai lavori ma da moltissime donne. Perchè la Dipendenza Affettiva pare sia femmina, benché ci siano dei casi anche al maschile.

Ma per parlare del Troppo amore e di come riconoscere nelle proprie storie i segni di un legame che ferisce, iniziamo a parlare di Amore equilibrato, di una relazione che fa bene. Un legame solitamente, lo si pensa composto da passione, intimità, progetti  comuni, interessi condiviso, una storia che si costruisce con l’altro. Entrano nella relazione il bisogno di appartenenza, di sicurezza, l’altro si accoglie, protegge e viene protetto. Ma cosa succede se quella che solitamente viene chiamata passione amorosa, rende uno dei due nella coppia sempre meno autonomo, se l’altro diventa ossessione, se si idealizza il proprio compagno dimenticandosi di sé, dandosi le colpe per le cose che non funzionano mentre i meriti sono sempre e solo dell’altro? La Dipendenza Affettiva è tanto più terribile perché sfumata. perché la si scambia per amore ma non è amore quello che fa star male, dispera, porta a pensarsi nullità. La dipendenza affettiva, è oggi una della New Addiction, proprio come per le droghe mostra la sua ebbrezza, il suo lato eccitante quando si è insieme, solo insieme, il suo dolore nell’astinenza, la tolleranza sempre minore alla distanza, l’incapacità di controllarsi quando per “farsi una dose” si arriva a non avere senso critico o vergogna per quanto si agisce. E come una droga, proprio come nel film di Truffaut (1969) “La mia droga si chiama Julie” tutto il mondo è niente, solo la persona che si crede di amare è tutto.

E’ davvero così terribile questo tipo di dipendenza? Si. Perchè la pienezza del rapporto amoroso, fatto di progetti ed emozioni, viene a mancare. Quello che si ha è il pensiero costante di non poter vivere senza l’altro ma anche con l’altro la vita non è più serena, insicurezza e difficoltà al rapporto maturo fanno si che tutto diventi difficile, un incubo che troppo spesso diventa venato di violenza e tragedia. Nella relazione di questo tipo, il giusto equilibrio tra autonomia e coesione, essere comunque un individuo separato oltre che capace di essere con l’altro, non esiste. Si crea un circolo di pura dipendenza dall’altro che diventa un dio, un essere perfetto a cui tutto si perdona perché solo la sua vicinanza, il suo amore, possono dare, di riflesso, un senso alla vita. Ecco che non si notano difetti, mancanza, tutto viene giustificato e reso buono dall’impossibilità di vedere l’altro per quello che è. Un imperfetto essere umano, incapace di darci il valore che non sappiamo darci da soli. Davanti a tentativi di far andare meglio le cose, si prova rabbia e senso di colpa, per non essere mai “abbastanza bravi”, per non sentirsi adeguati in relazioni immature e in disequilibrio. Per questo senso di inferiorità spesso il dipendente cerca un compagno che fugge, un amore impossibile ( impegnato, non interessato, rifiutante) o un amore da salvare ( con altra dipendenza che sia da droghe o alcol, per esempio). Per avere la conferma che, in fondo, non si merita niente.

Una vita di paura aspetta chi non riesce a superare la propria dipendenza diventando libero di amare ed essere amato, dalla paura dell’abbandono a quella della separazione, dalla paura della solitudine a quella dello stare lontani dall’altro, il timore di farsi vedere per come si è vivendo sempre un profondo senso di inferiorità con il partner, soffrendo una cocente gelosia e rabbia per come vanno le cose, certe di essere quelle che salveranno il rapporto, costi quel che costi, soffocando se stessa e i propri interessi, dimenticandosi di sé, le proprie relazioni sociali, famigliari. La radice di tale malessere è spesso nascosta nelle relazioni dell’infanzia, in genitori che continuamente hanno comunicato ai bambini quanto non fossero degni di amore e attenzioni, facendoli diventare velocemente adulti,  crescendo persone fragili, piene di vuoti da riempire che credono poi di poter colmare con una relazione amorosa. Ma queste creature fragili non possono provare l’amore se prima non cominciano ad accettare la loro storia e andare oltre, provando per primi il sentimento di affetto e attenzione per loro stessi, coltivando la loro natura e i propri interessi autonomamente.

Affidarsi completamente all’altro provoca come risultato un quadro di sintomi estremamente delicato, dalla depressione all’ansia, all’aggressività ai problemi alimentari, all’ossessione e problemi di salute legati spesso a disturbi del sonno.  Il risultato che spesso si ottiene e di non fidarsi più si se stessi, diventando impossibile vedersi come degno di amore, annullando i propri aspetti positivi per aumentare invece insicurezze e mancanze. Mentre l’altro diventa un dio, noi siamo niente, l’immagine che riflettiamo allo specchio è deforme, la nostra bellezza sfumata e invisibile agli occhi di chi ne ha più bisogno, i nostri. Se le forme di dipendenza sono tante ( Dipendente Affettivo Ossessivo/Dipendente Affettivo Codipendente/Dipendente Affettivo dalla Relazione/Dipendente Affettivo Narcisista/Dipendente Affettivo Ambivalente) spesso le storie sono simili e molte sono le caratteristiche comuni anche se diverse nel decorso e nelle esperienze specifiche. Ma è possibile stare meglio? Vivere pienamente? Sì. Ma non senza fatica. Un lungo percorso è possibile per curare questa dipendenza e offrire una possibilità di amore pieno a queste storie ma il primo ostacolo è proprio rendersi consapevoli che quello che si vive non è amore, che quello che si prova fa male e  mina il proprio benessere.

Molto apprezzati sono i Gruppi di auto mutuo aiuto, il raccontare la propria vita e il proprio dolore a persone che vivono simili situazioni, sono spesso buone possibilità di risoluzione. Certamente è importante e offre buoni risultati l’incontro con uno psicologo, il riuscire a darsi uno spazio per se per recuperare la propria vita. La terapia in questi casi, specie l’individuale, nel momento in cui si accetta di avere bisogno di aiuto, rende possibile quanto fuori, nel mondo, pare negato, creare e costruire una relazione sana, dove sia possibile essere visti per quello che si è, dove sperimentare la separazione che non ferisce, dove curare le proprie ferite per potersi amare e farsi amare nel modo fantasticamente imperfetto di cui sono capaci gli esseri umani.

Pollicino:   Quando si ama “troppo”
L’Orco : La paura di non essere abbastanza, di non riuscire ad essere autonomi
L’arma segreta : Vivere una relazione sana, che ci permetta di amarci amando.
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