Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

Insegnare stanca. Psicologia e burn out in una scuola sempre più affaticata.

Insegnando s’impara.
Lucio Anneo Seneca
 

La scuola è finita. Per il momento. Gli studenti cercano la vacanza, gli insegnanti riprendono fiato. Si fa il punto su quello che ha funzionato e su quanto poteva essere migliore. Ma come stanno gli insegnanti? Saranno riusciti a superare indenni la loro personale sfida, resistere con passione in un universo, quello scolastico, che mostra sempre più le sue debolezze e dove riuscire ad educare ragazzi sembra sempre più difficile? Avranno ancora della passione da parte per il prossimo anno, quella voglia di educare, stimolare, far crescere gli studenti che dovrebbe essere ingrediente tipico di questo mestiere? Perchè, in questi anni la figura dell’insegnante si è fatta controversa. Si passa dallo sguardo di superiorità di chi gli invidia i lunghi periodi di vacanza, dalla chiusura estiva al Natale, a quello pietoso di chi li vede come combattenti contro i mulini a vento, in un mondo sempre più alla deriva e impossibile da arginare nella sua follia. E loro sono in mezzo, tra un mondo in costante movimento e il loro mondo, quello interiore di persone che hanno scelto una professione non facile benché tanto importante. Che succede, oggi,  negli insegnanti?

Nel 1986, Guy Neave e Ladislav Cerych scrivevano, nel testo “Government Policies for the Teaching Profession” che  “pochi settori di quella che una volta era definita forza lavoro ad alto livello di qualificazione hanno visto le loro fortune crescere, librarsi e crollare come quello degli insegnanti.” Cosa significa? Che essere insegnanti si fa sempre più faticoso e non è più possibile limitarsi alle competenze sulla materia per riuscire a fare il proprio mestiere. Si, non di solo insegnamento può più vivere l’insegnante. Nel mondo della scuola si riversano le moltissime caratteristiche, sempre più sfumate, delle famiglie e della società attuale. Non è necessario soltanto essere preparati per insegnare ma bisogna avere tutta una serie di risorse e attenzioni che non sempre chi sta dall’altra parte della cattedra possiede. Pensiamo anche solo alla maggiore attenzione data negli anni ai disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) e ai disturbi non specifici di apprendimento (DNSA). Stiamo parlando delle diverse difficoltà che è possibile diagnosticare in uno studente in fase evolutiva. Diagnosi che si avvale di test standardizzati per valutare disturbi legati all’area della lettura, della scrittura o del calcolo e chiamati con il nome di dislessia, disortografia e disgrafia, discalculia. In questi anni hanno fatto il loro ingresso ufficiale a scuola in maniera massiccia, a volte persino esagerata.  A questi disturbi si accompagnano  quadri complessi in riferimento, diagnosi di Ritardo Mentale, soggetti borderline, ADHD, Ansia, Autismo. Non moltissimi anni fa questi disturbi non venivano ben riconosciuti nella scuole e si etichettava lo studente solo come poco attento, non adeguato, impreparato, insufficiente. Oggi, il personale docente è sempre preparato a riconoscere e trattare questi problemi nel modo appropriato? E se lo è, quante risorse si hanno nelle scuole per un intervento adeguato? Spesso, errori a livello della semplice comprensione di cosa sta succedendo nello studente di colpo iperattivo, incapace di leggere o preso da un mutismo selettivo importante, rallenta il processo di recupero del benessere dello studente, alzando anche il livello di fatica e stress dell’insegnante che sente di non essere ben equipaggiato nel suo mestiere.

Educare i ragazzi  è un mestiere importante quanto complesso. Esperienze positive o negative in ambito scolastico segnano notevolmente il vissuto degli studenti e la possibilità di trasformazione in un verso o nell’altro della loro vita futura. Anche da grandi si ricordano i mentori incontrati sui banchi di scuola, come anche i cerberi che non sono stati capaci di ascoltare o hanno punito per qualcosa che era invece solo segno di disagio e andava interpretato. Ci vuole molta delicatezza e attenzione ma anche capacità di rivestire un ruolo autorevole e non lassista e permissivo, sebbene questo si possa tradurre a volte anche in scontro con le famiglie, specie negli ultimi anni fortemente iperprotettive dei loro figli e incapaci di capire il valore positivo di una regola e l’errore che, una eccessiva invasione di campo, possa significare per i ragazzi. Ma un insegnante che riesca a farsi sentire in maniera equa, risulta sempre apprezzato dai suoi studenti. Perchè è importante dare regole a tutte le età e, come scriveva Bruno Bettelheim,  “La scuola deve imporsi. La storia recente tuttavia dimostra che il termine “autorità” si confonde con autoritarismo. Tentare di imporre con la forza la propria volontà, è male. Ma avere autorità è salutare.”

Essere insegnante significa oggi fare attenzione a tutta una serie di strategie di intervento che vanno poi  monitorate durante  il proprio operato, si tratta di avere competenza ma anche di saper agire un ascolto attivo dei bisogni dei propri studenti. Ma fare questo significa avere bisogno di tempo per affinare e dedicarsi a migliorare la propria capacità di accogliere la crisi dello studente, di riconoscere quanto accade nel mondo dei ragazzi che si incontrano, prendere contatto anche con le mode, la musica, i linguaggi che si manifestano nei gruppi giovanili. Per potersi formare però occorre il sostegno della scuola tutta. Non solo. Gli insegnanti vivono nelle relazioni che si instaurano non solo con la classe ma con i colleghi, le famiglie, le istituzioni. Le emozioni che nutrono nell’ambito del loro lavoro sono notevoli e tra i problemi degli alunni, i rapporti con loro e le famiglie, la fatica emotiva che un insegnante accumula non è poca cosa. Pensiamo anche che la figura dello stesso insegnante al momento non è “protetta” da una certezza lavorativa che gli permetta di programmare lunghi periodi e quindi, al caos emotivo nelle famiglie, si mischiano le aspettative personali, le difficoltà dell’Istituzione a garantire il ruolo, le frustrazioni di una professione spesso precaria in un quadro di stress importante che è il riflesso dello stress di tutta l’organizzazione scuola ( G.Favretto, ” Lo Stress nelle organizzazioni”, 1994).

Se da una parte la società riconosce l’importanza della Scuola dall’altra, davanti al bisogno di rendersi mediatore tra la famiglia e il mondo esterno, l’insegnante è spesso mal equipaggiato.  Da una parte gli si chiede di garantire il legame tra il momento di sviluppo dello studente e le sue capacità, con attenzione alle sue difficoltà relazionali, tenendo a mente la situazione che in famiglia, conoscendone l’ambiente e riversando tutto questo in un progetto congruo con il sistema scuola, dall’altra non sempre gli viene garantito dalla stessa istituzione sostegno e protezione dalle sue difficoltà a gestire tutto questo con la possibilità di mettere in condizione critica l’insegnante. Perchè non sempre l’insegnante ha modo di capire e mostrare le sue difficoltà e debolezze mentre le sfide a cui si prestano sono quotidiane, sono molti gli studenti che cercano di mortificare, provocare, svilire la figura del loro insegnante con atteggiamenti, giochi di potere, azioni continue che possono mettere alla lunga in situazione spiacevole  l’insegnante, che non riesce ad affrontare il suo compito o a gestire le relazioni complesse in cui si trova.

Si parla quindi di Burn Out della categoria. Si intende con burnout  lo scoppiare, il bruciare. Nel caso dell’insegnante,  si tratta di una condizione di stremo delle forze che non permette di agire perché sovraccaricate di stress occupazionale, legato al ruolo lavorativo, una impossibilità a staccare dal proprio lavoro a prendere le distanze dai problemi che questo presenta. Una fatica che diventa ingestibile e lascia incapaci di agire. Le strade possibili quando si manifesta il burn out sono molteplici, dall’abbandono del posto di lavoro, alla difficoltà che diventa relazionale, anche in casa, nella vita privata, all’abuso di sostanze. Nel corpo insegnanti il fenomeno si studia dagli anni 80, proprio perché le peculiarità della professione si prestano al “bruciare”: si vive nelle relazioni, in situazione di conflitto e precarietà, sempre a contatto con novità e nuove culture, quindi bisognosi di aggiornamento non sempre possibile, in un mondo che evolve in fretta, tra riforme sempre insoddisfacenti, non riconosciuti dalla società che molto spesso taccia di essere dei privilegiati laddove anche la retribuzione non è sempre soddisfacente.

L’insegnante andrebbe sostenuto perché gli sia possibile apprendere strategie atte a salvaguardare il suo benessere, dirette ad affrontare positivamente la situazione che vive o capaci di aiutarlo ad evitarle, risolvendole sul nascere, evitando di diventare passivi o di scegliere la fuga come unica possibilità di salvezza.  Per esempio aiuta concentrarsi sugli aspetti positivi del proprio mestiere, riprendersi la vita fuori dalla scuola per relativizzare molti accidenti che si vivono nelle mura scolastiche. L’insegnante che si prendere cura di se, impara a dare un limite a quanto vive a scuola, relativizzandolo ma non per scappare, per poter realizzare dei progetti e piani condivisi con il corpo insegnanti per risolvere situazioni difficili, investire in nuove risorse, trovare come continuare a lavorare nel migliore dei modi. Capita che molti insegnanti, specie se ancora carichi di validi ideali, debbano con il tempo accettare che essere insegnante non è avere superpoteri, accettando la difficoltà del ruolo che si ricopre per poter chiedere aiuto. Non è un fallimento, ma un modo per aderire ad una realtà complessa e attuare strategie migliori che spesso devono coinvolgere altre figure, colleghi, consulenti esterni, servizi, le famiglie, perché la scuola resti il luogo di crescita che rappresenta, non solo un luogo di apprendimento ma una palestra alla vita, con le sue regole e le sue meraviglie. A chi vive la fatica dell’insegnamento con il gusto per il suo fondamentale mestiere, buona vacanza, per quello che dura!

Pollicino:  Insegnanti in un mondo che cambia
L’Orco : La difficoltà di rispondere a tutte le domande che la scuola fa
L’arma segreta : Apprendere strategie utili per evitare il Burn Out e avere sempre la passione per l’educare
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3 commenti su “Insegnare stanca. Psicologia e burn out in una scuola sempre più affaticata.

  1. marisamoles
    24 giugno 2013

    Cara Marzia, che altro potrei aggiungere? La tua analisi è perfetta. Siamo molto soli, questa è la verità. Soli e incompresi. Questo disagio è aggravato dalla scarsa considerazione che l’opinione pubblica ha di noi. Senza contare che il precedente governo, nello specifico il presidente Monti, ci ha accusato di lavorare poco mentre in realtà le nostre 18 ore di cattedra (che si devono moltiplicare almeno per due, sempre che il docente in questione abbia una coscienza) sono superiori al carico di lavoro della media europea.

    Un solo appunto: non siamo ancora in vacanza. Oggi, per esempio, ero a scuola tutta la mattina, venerdì sono uscita alle 20 e 30 e non ho esami. Chi è in commissione finirà, se va bene, il 10 luglio. Chi non ha esami può tenere i corsi di recupero … sto parlando, ovviamente, della scuola superiore.

    In ultimo, ti lascio un link: http://marisamoles.files.wordpress.com/2012/11/studio-inidoneitc3a0-lodolo.pdf
    Si tratta di un recentissimo studio svolto dal dott. Lodolo D’Oria sullo SLC.

    • Marzia Cikada
      26 giugno 2013

      Cara Marisa, pensavo a quanti stanno facendo esami proprio mentre scrivevo. Ma ormai ero partita! Ti ringrazio come sempre per l’attenzione e per l’interessante link. Almeno dalle parti di Pollicino, sappi che non siete soli. Buon lavoro! MC

  2. marisamoles
    24 giugno 2013

    L’ha ribloggato su laprofonline.

I commenti sono chiusi.

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