Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

Dialogando con Psiche 8° – “Elaborare il lutto per riprendere il cammino” 1° parte

 
Non serve colpirla nel cuore
perché la morte mai non muore
Fabrizio De Andrè
 

Nella vita di tutti c’è posto per la morte. Si può incontrarla tardi o presto ma arriverà sempre il momento di farci i conti. Con il Gruppo Dialogando con Psiche, nella cornice dello Spazio Cittadinanza Attiva di Torre Pellice, si è parlato di come elaborarla e di come andare avanti. Vista la delicatezza del tema e le due sfere toccate ( elaborazione del lutto e  mondo dei bambine a contatto con la morte), Pollicino ha deciso di affrontare l’argomento in due parti, trattando la parte relativa ai bambini in un secondo post. Di morte non piace parlare, a differenza di altre cultura, la nostra nasconde la morte, si fa fatica anche solo a nominarla, le persone spesso  non muoiono, salgono in cielo, passano a miglior vita. Eppure la morte esiste e la si incontra,  mai gradita, nelle proprie storie. Quando capita che una persona cara muoia, allora ci si sente distrutti, viene voglia di lasciarsi andare, di non avere nessuno vicino, vivere la propria esperienza da soli. Molto chiaro nel definire come vive il suo dolore è l’autore Clive Staples Lewis, che nel suo “Diario di un dolore” scrive :

Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione. Altre volte è come un’ubriacatura leggera, o come quando si batte la testa e ci si sente rintronati. Tra me e il mondo c’è una sorta di dolore invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. È così poco interessante. Però voglio dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non me.

Il dolore  è emotivo e fisico insieme.  Si fa fatica a pensare di poterne uscire. Ma è possibile. A tutt’oggi si ritiene siano valide le fasi di elaborazione del lutto individuate e studiate da Elisabeth Kübler-Ross, che nel 1969 pubblicò un libro “La morte e il morire” che sono ancora oggi di riferimento sul tema. L’autrice identifica un modello a cinque fasi, che aiuta a capire i momento diversi in cui chi vive il lutto può facilmente incontrarsi. La prima fase è quella della Negazione ( rifiuto), in cui non si accetta l’idea della morte della persona cara. Non è vera. Ci si difende da qualcosa vissuto come terribile, dicendoci che non esiste.A questo momento segue di solito una fase di Rabbia mista a paura, una sofferenza aggressiva che si manifesta nei confronti di se stessi, dei familiari, ma anche del morto. Una fase delicata perché è proprio nella fase della rabbia  che il dolore ed il bisogno di aiuto sono maggiori benché spesso sembri che la sola cosa desiderata dalla persona siano il ritiro e la solitudine. La fase successiva, quella della Contrattazione o Patteggiamento è la fase di trasformazione del lutto. Si comincia a cercare come investire in altro, dove trovare la speranza, si inizia a riprendere il controllo della propria vita in modo nuovo. E’ una fase molto personale, colorata dei valori personali delle singole persone, dei valori delle storie e famiglie di appartenenza individuali. Passando poi nella fase della Depressione, la perdita avrà modo di diventare reale, di essere sentita e patita ma in maniera reale, in modo tale da poter passare alla fase definita dell’Accettazione, quando anche il lutto avrà modo di trovare il suo posto nella storia della persona che ne è vittima, le emozioni negative si placheranno e sarà possibile riprendere il contatto con l’assente, mantenendone i ricordi piacevoli, integrandolo nel proprio ciclo vitale come qualcuno di importante, di cui non vengono idealizzati i pregi ma anche accolti i difetti. La morte diventa così parte della storia e la tristezza per la perdita verrà accettata come parte della vita. I tempi del lutto? Variano da persona a persona e spesso si può tornare da una fase all’altra senza una regola fissa, se il tempo “medio” necessario è stimato intorno ad un anno non è detto che basti o che non si possa accettare la perdita prima. Sul dolore non ci sono statistiche capaci di dare regole ma soltanto di definire i margini di un lavoro personale importante e lungo.

Ma cosa è bene non fare per superare il proprio lutto? Ci viene spesso suggerito come affrontare il lutto ma cosa sarebbe meglio fare attenzione di non fare? Di certo non è utile, a se e agli altri, “sostituire” chi si è perso con una relazione parimenti importante, pensiamo ad un altro figlio o marito. Bisogna accettare che ci voglia tempo e non tentare di superare il tutto “come se niente fosse” con comportamenti tipo tornare subito al lavoro, non prendersi spazi, condurre la vita di sempre. Ugualmente bisogna cercare di non isolarsi a lungo dagli affetti rimasti e non credere di trovare sostegno e conforto nelle sostanze. Sono molte le storie di dipendenza nate da un momento di estrema fragilità come quello di una perdita. Lasciarsi andare anche fisicamente e ritirarsi dal mondo può essere comprensibile in un primo momento, ma poi si dovrà trovare come andare avanti.  In questo anche gli altri possono fare molto. Ma facendo attenzione, sapendo che si cammina in un terreno delicato e facile agli errori. Per chi vorrà essere vicino a chi vive un lutto, dovrà essere chiaro come sia importante uscire dalle frasi di circostanza ( ” So come ti senti”, “E’ stato il volere del Signore…”) ed entrare in contatto con la persona vittima di un lutto con attenzione. Far sentire la propria presenza,  chiamando  e non attendendo che la persona chiami, dimostrandosi presenti e pronti all’ascolto anche della rabbia, dei sensi di colpa, delle piccole cose che si vorranno raccontare, sono preziosi gesti che aiutano e sostengono la persona.

Superare il lutto significherà quindi accettare la realtà della perdita, sperimentare il dolore e tollerarlo, trovare come riadattarsi ad una vita e ad un mondo dove la persona morta non c’è più, scoprire e reinvestire in nuovi oggetti d’amore. Rispondere a questi compiti, definiti da J. William Worden, sarebbe necessario per poter riprendere il cammino della propria vita, non necessariamente passando per le fasi descritte precedentemente. Come renderlo possibile? Dandosi il tempo di cui si ha bisogno, manifestando le proprie emozioni non solo parlandone ma scrivendone, esprimendole in qualsivoglia maniera, cercando di condividere l’indicibile con chi si ha accanto. E non dimenticare ma godere del ricordo della persona amata, facendo si che possa arricchire la propria vita e la propria storia futura. Praticamente è spesso utile impegnarsi in  qualunque cosa che faccia sentire partecipi e attivi della realtà, come anche Associazioni, Gruppi, attività in genere, anche che richiamino in qualche modo la persona morta ( pensiamo a quante famiglie colpite dal lutto della guerra, magari con la perdita di un figlio o di un marito, si dedicano a collaborare con realtà a sostegno di realtà simili alle loro o contro quanto ritengono li abbia privati del loro caro).  Lentamente sarà possibile riprendere il proprio posto nel mondo, portando con se il ricordo, interiorizzato, della persona assente nella quotidianità ma presente nel ricordo. Questo post si vuole chiudere con le parole di Henry Scott Holland , professore di Oxford e religioso che ha lasciato in merito alla morte, riflessioni semplici, umane e tenere, capaci di accogliere la tristezza ma anche di stimolare la speranza in una vita che continua, dando il messaggio che “La morte è niente“:

Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

 
 
Pollicino:  Quando si incontra la morte
L’Orco : La difficoltà di superare una perdita
L’arma segreta :  Parlarne, darsi tempo e non dimenticare
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