Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

Aiuto! Mamma e papà sono miei “amici” ( su Facebook)

Nell’adolescenza si fa gran conto del giudizio altrui. Rossore sulle guance dei figli davanti alle intemperanze in pubblico del padre o della madre.

Francesco Burdin

Ormai tutti hanno Facebook. O quasi. Chi lo usa per lavoro, chi per gli amici, chi per essere visibile, chi per attaccare bottone, chi per controllare. Ma in quest’ultima ricca fetta di utenti, non troviamo solo fidanzati e fidanzate sulla spinta della gelosia, benché ne rappresentino una nutrita parte. Capita sempre più spesso che ad essere controllati siano i figli. Sono, infatti, sempre di più i genitori che si fanno aggiungere dai figli su Facebook, a volte anche contro il desiderio di questi. Tanto che già qualcuno ci investe e organizza dei corsi ad hoc per insegnare ai genitori come utilizzare il social network più famoso.

Sulla pagina online dei Corriere della sera, un’analisi sull’impatto del fenomeno ci aiuta a capirne la portata. In America le mamme con account sono il 72%, va bene, magari ci saranno anche motivi personali, liberissime viviamo ormai in un mondo per gran lunga in rete ( anche il Papa ha un profilo su Twitter). Il dato che, invece, preoccupa davvero, è che nel 16% dei casi, quando chiedono ai figli la famosa amicizia, quindi la possibilità di visionare senza riserve la produzione in termini di post, foto, eventi a cui partecipano, lista degli amici e altro, i ragazzi sono ( non si sa in che modo) costretti ad accettarla. Se gli utenti più giovani sono loro i primi a chiedere di avere mamme, papà e cugini tra gli amici questo non capita per i più grandi. Mettiamoci anche che molto spesso, la regola dell’età minima richiesta per avere un account Facebook, cioè 13 anni, viene trasgredita con leggerezza da molti figli ma anche genitori, quindi maggiore controllo, in quei casi, non è poi da condannare. Ma come vanno le cose con gli adolescenti? Questi spesso vivono il tutto come una incombenza faticosa, con imbarazzo e fastidio. Allora perché continuare? Perché non dare fiducia e costruire con loro un dialogo che si accontenti di sè, piuttosto che rilanciare la troppo spesso fallimentare arma del controllo anche contro la loro volontà?

Perché è di questo che stiamo parlando, controllo. Come per ammissione di molti genitori. Già nel 1965, Earl S.Shaefer definiva il controllo tramite la contrapposizione di accettazione/rifiuto, ritenendo che le attività eccessive di controllo abbiano l’obiettivo, non necessariamente consapevole, di impedire la crescita autonoma del bambino, temendo la sua crescita come individuo separato dall’adulto. Chiaramente è diverso controllare il comportamento del ragazzo tramite la creazione di regole atte a rendere le sue azioni appropriate, piuttosto che la manipolazione che anche attraverso la motivazione ” ti voglio bene” cerca di avere il pieno potere sul mondo dell’adolescente o del bambino. Peraltro, nel loro essere alla ricerca di un modo tutto personale di essere al mondo, spesso i ragazzi approvano il controllo del comportamento, tramite regole, ma, quello che mal sopportano è la mancanza di autonomia che deriva dal controllo più sottile e psicologico messo in atto molto spesso anche “a fin di bene”.

Molti genitori sono certi che se fossero “altri tempi” non avrebbero nessun problema a lasciar stare iFacebook ragazzi ma devono controllarli perché non sanno chi possono incontrare online. Sebbene è comprensibile la preoccupazione dei genitori, è peraltro vero che sono molti i modi in cui ci si può occupare della sicurezza dei ragazzi. Quale messaggio arriva ai figli, specie se completamente in mezzo a quella battaglia delicata che è l’adolescenza? Che da soli non ce la possono fare, che non sanno distinguere il bene dal male, che non sono adatti a diventare grandi. Peccato che questa loro incapacità, significa anche che forse i genitori sono stati manchevoli in attenzione dell’educare i loro figli o, più spesso, hanno utilizzato altre modalità per la loro crescita che non siano state l’ascolto e il dialogo, spiegare le cose nel rispetto delle differenze di ogni figlio. Molti genitori, poi, soffrono di quella malattia senza tempo che è sotto stimare la capacità adolescenziale di aggirare un divieto o un controllo. Capacità che fa parte quasi sempre del corredo di un giovane alle prese con i suoi anni più movimentati. Così maggiore è il controllo, maggiore sarà l’arte messa in campo per  farla franca, creando poi situazioni che possono ritorcersi contro i ragazzi stessi e la loro vita familiare.

Pensiamo poi alla pressione sociale che arriva a dei ragazzi che, mentre sono alle prese con i loro primi tentativi di vita sociale, le loro prime esperienze sessuali, i primi flirt, si trovino commenti fuori luogo della “mamma” o del “babbo”. Magari con foto ancor più imbarazzanti. Il sentimento di inadeguatezza, allora, può minare fortemente il senso di autostima ritorcendosi, ancora una volta, nella relazione con i genitori e nel sentimento di autoefficacia e adeguatezza dei ragazzi. In un mondo come quello del social network, in cui ogni voce viene amplificata dalla potenza del mezzo e dalla semplicità del suo uso, spesso senza una buona consapevolezza in chi lo usa, bisogna far molta attenzione a quello che si comunica sui “muri” dei ragazzi. La loro socialità si muove spesso proprio nel mondo del web e ogni parola che viene detta assume un valore al di sopra della parola in se. Quindi attenzione a non scatenare, per il desiderio di partecipare alla vita di un figlio, magari perché o si sente lontano per via della sua età, una reazione negativa che potrebbe ferire tutti. Rimane sempre vincente il lasciar sperimentare la nuova età, comunicando apertamente la propria disponibilità al dialogo e all’ascolto.

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