Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

Non tutto il bene non nuoce. Le mamme TROPPO.

È più facile far uscire un bambino dalla mamma cha la mamma dal bambino.
Oliviero Toscani

Un proverbio napoletano conosciutissimo, dice che ogni scarafaggio è bello per la sua mamma (Ogne scarrafone è bello â mamma soja). Cioè, per una madre, normalmente, anche il peggiore dei figli è speciale, unico, meritevole di amore. Ma cosa succede quando lo scarafaggio vuole sentirsi brutto? Cosa capita quando un bambino vuole essere altro che quel dono speciale che il cielo ha donato alla madre. Diventare se stesso e non più solo il figlio? Il tema è delicato. Il rapporto tra la madre ed il suo bambino è certamente fondamentale per la serena crescita del secondo. Il tipo di relazione e di attaccamento ( nell’accezione data dagli studi di J.Bowbly) che la madre instaura con il bambino è, in parte, predittiva di come questo crescerà nel mondo. se sarò capace di provare, di mettersi in relazione con gli altri, di instaurare relazioni mature. Ma come la mettiamo con la madre? Capita spesso che un bambino ansioso,  che per esempio non voglia lasciare mai sola la madre, che faccia fatica, per questo, anche ad andare a scuola, stia manifestando non tanto la sua dipendenza dalla madre ma anche la dipendenza della madre stessa dal figlio.  Si tratta di rapporti “speciali” dove a non voler star da solo non è il bambino, dove l’emozione della paura è di entrambi ( vuoi per un padre/compagno assente, vuoi per insicurezze di altro genere). Allora è nella relazione che vanno trovate le soluzioni adeguate a dare nuova libertà alla coppia, perché possano tornare a godere del loro affetto e non ad esserne dipendenti per paura dell’abbandono o della solitudine.  Molte donne danno al figlio un significato che va oltre il mettere al mondo un essere vivente di cui prendersi cura finché non sarà abbastanza forte da poter andare solo. Per queste donne diventare madre significa acquisire senso, dare potere al proprio ruolo, diventano madri a scapito di essere donne, compagne, lavoratrici. Come se il bambino stesso, non avesse valore altro che quello di definire il loro essere al mondo. Diventando madri, molte donne si sentono mettono da parte il resto della loro vita, il loro compagno, la loro realizzazione su altri piani non solo nei primi delicati mesi di vita del bambino ma per tutto il tempo a venire. Rinunciano così ad essere donne per crescere e proteggere ( o iperproteggere) figli che poi manifestano una terribile paura della loro autonomia perché nel patto con la madre c’è che saranno sempre i loro bambini, salvo la perdita del loro amore incondizionato. La scrittrice Sibilla Aleramo nel libro “Una donna” si chiedeva, agli inizi del 900, come mai le donne adorassero quello che vedeva come estremo sacrificio “Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?”. Ma se ai tempi la cultura imponeva maggiormente alla madre il suo ruolo di votata alla prole, oggi la maternità è più spesso liberamente scelta e quello che agli occhi di una poetessa femminista pareva un sacrificio è una modalità di costruire la relazione che di per se può fare benessere a madre, bambino e anche al padre ma che se esasperata può essere portatrice di difficoltà successive.

Leggo proprio oggi, in un articolo sulla Repubblica dal titolo “L’amore delle madri che imprigiona i figli” di Michela Marzano,  un dubbio/provocazione sul tema. La Marzano, manifesta una perplessità sulla possibilità che la maternità si trasformi in una “nuova prigione – non solo per le madri, soprattutto per i figli” e riporta l’esempio di un blog italiano seguitissimo dove il figlio viene esaltato, adorato e le manifestazioni di amore verso il figlio diventano dichiarazioni di un legame indissolubile ed estremamente speciale, al limite, parrebbe, dell’eccesso.  E’ vero. La mamma moderna esterna la sua goduta maternità in moltissime forme, quasi la ostenta dando alla maternità un gusto più sociale di quanto non fosse precedentemente, dove costituiva più un fatto privato benché il figlio in sè, specie se piccolo, da sempre ricopre un valore sociale. Se nessuno si ferma ad ammirare una coppia che si prende per mano o una famiglia al supermercato, è fatto accettato e “normale” che la madre con il bambino piccolo venga fermata anche da sconosciuti per poter sbirciare il piccolo, chiederne l’età è il nome, perché il bambino rappresenta il futuro della comunità e come tale diventa condiviso. Le mamme di oggi rivendicano il loro amore speciale per il bebè, gli dedicano foto, frasi, blog e poesie. Di per se niente di male, alcuni blog sono anche molto interessanti e gestiti con attenzione, sostenendo le madri molto più sole di quelle di una volta ( che potevano spesso godere di famiglia più numerose dove prender sostegno e informazioni). Ma il pericolo della mamma troppo è reale. Mamme che non riescono ad uscire da quella prima simbiosi con il figlio e che con il loro amore ( che maschera altri sentimenti, altri dolori, storie a loro volta cariche di affetti mal dati) lo mantengono piccolo, dipendente, incapace di affrontare il fiori da solo, fragile di fronte ai fallimenti che capita si incontrino per la strada della maturità ( pensiamo a molti adolescenti figli di mamme troppo presenti che non riescono a reagire alla prima delusione amorosa). Le madri “troppo” dimenticano che il compito evolutivo è quello di accompagnare il figlio a diventare altro, imparando l’autonomia, anche la fatica e il dolore se necessario, fungendo da trampolino per le avventure che il figlio incontrerà sulla sua via, quando sarà naturalmente lontano dalla famiglia avendone fatte proprie lezioni e affetti.

Viene facilmente in mente la poesia di Kahlil  Gibran sul tema dei figli (la riporto a seguire) ma anche un pensiero per le mamme troppo mamme, non solo perché facciano attenzione a che il loro amore non diventi un limite per i figli ma anche perché possano riscoprire quanto hanno messo da parte, godendosi il bene dell’essere madre come completamento di un più complesso essere donna, capace di avere fiducia anche in altri aspetti della propria vita, dando ascolto ai propri desideri e non sacrificando l’affettività di amici, il rapporto con il marito/compagno, la propria individualità. Mantenendo viva l’attenzione anche sugli altri aspetti della propria vita, si evita che il figlio si senta responsabile in toto della madre ( e si preoccupi per lei quando sarebbe più naturale il contrario) e allo stesso tempo ci si prepara a quando i figli, ormai autonomi, lasceranno la casa e le cure materne, facendo in modo che non ci si trovi troppo sole e  magari con un partner diventato lontano.

..I figli sono le risposte che la vita dona ad ognuno di noi.

Sono loro l’essenza del vostro sorriso.

Sono sangue e carne della vostra carne

ma non il vostro sangue e la vostra carne.

Loro sono i figli e le figlie della fame che la vita ha di se stessa.

Attraverso di voi giungono, ma non da voi.

E benché vivano con voi, non vi appartengono.

Affidategli tutto il vostro amore ma non i vostri pensieri:

Essi hanno i loro pensieri.

Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:

Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.

Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:

La vita è una strada che sempre procede in avanti e mai si ferma sul passato.

Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono stati scoccati in avanti.

Pollicino:  Il bimbo troppo amato
L’Orco : Dare al figlio il compito di dare significato alla vita
L’arma segreta :  Una madre attenta ai bisogni suoi e del figlio ( e che li sappia distinguere)

 

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2 commenti su “Non tutto il bene non nuoce. Le mamme TROPPO.

  1. Lotje
    22 febbraio 2013

    interessante questo articolo, concordo completamente. Speriamo che io lo stia facendo bene, perché amare è così facile!

    • Marzia Cikada
      14 marzo 2013

      Già solo interrogarsi è un buon modo per non superare i limiti! Quindi ama senza riserve.

I commenti sono chiusi.

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