Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

Non sarà mica la fine del mondo! Quando la profezia non si avvera…..

Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo!

Stanislaw Lec

Il 21 dicembre scorso, il mondo doveva finire. Non è stato così. Una mal interpretata “profezia” Maya avrebbe, secondo i cattivi interpreti, annunciato che in quel mite venerdì di fine anno il mondo sarebbe, semplicemente, terminato. Non tutto però, due piccole località europee si sarebbero salvate ( e per loro il bilancio del 2012 finisce il positivo). Il web accoglie con un sospiro di sollievo e una buona dose di ironia lo scampato pericolo, mentre, nel Blog dell’insegnante Marisa Moles, si fa notare che non è la prima volta che un tale appuntamento viene disatteso.

Una mancata fine del mondo illustre è quella di un altro 21 dicembre. Quello del 1954.

Era estate quando un una cittadina del Kansas, la signora Marian Keech sosteneva di aver ricevuto un messaggio dal pianeta Clarion, attraverso tale Sananda, che le annunciava la prossima fine del mondo a causa di un devastante diluvio. Sarebbero morti tutti, tranne i credenti che, saputo del messaggio, avrebbero riposto la loro fiducia negli abitanti di Clarion che li avrebbero, per questo, salvati. Un gruppo di seguaci si era quindi preparato al peggio riuscendo però, grazie alla loro devozione e la loro fede, secondo un ennesimo messaggio recapitato alla signora Keech, a salvare il mondo. I partecipanti del gruppo saputolo, cominciarono a spargere la notizia ai quattro venti, a differenza di un primo momento in cui avevano tenuto solo per loro i messaggi giunti da Clarion. Come mai?

Un testo molto interessante risponde a questa questione, usando il concetto di dissonanza cognitiva. Si tratta di un testo di pochi anni dopo, ” Quando la profezia non si avvera” scritto dallo psicologo sociale Leon Festinger, insieme con Riecken e Schachter e pubblicato in Italia solo nel 2012. Questo studio sugli eventi del 1954, sottolinea come una fede smisurata, proprio come quella riposta nell’evento atteso dalla comunità, non ammetta passi indietro, anzi viene rinforzata dalla sua stessa smentita. Infatti, nello specifico, neppure i fatti poterono contraddire le convinzioni del gruppo. Anzi, in casi come questi, la convinzione diventa più granitica tanto più c’è la possibilità che si possa metterla in dubbio, per difenderla i meccanismi della psiche si danno man forte, finché questa diventa inattaccabile. Perché smettere di credere a quanto si è condiviso fino a poco prima ( il diluvio, gli alieni, etc) sarebbe di gran lunga peggiore che mettere in scacco la propria razionalità.  Quindi, i fatti vengono riletti in modo tale da soddisfare il bisogno di credere in quanto in realtà è stato smentito. Si crea in questo modo una ragione alternativa che conferma ciò in cui si è creduto. Ci si autodifende da una realtà impossibile da accettare con una in parte “autoprodotta” che confermi ciò in cui si confida. 

E’ evidente il bisogno di credere e di rendere credibile a se stessi, miti altrimenti non abbastanza logici da superare le prove della ragione. La “razionalizzazione”, il meccanismo che rende concepibile ciò a cui si ha bisogno di credere, ha un potere fortissimo e colpisce le comunità ogni giorno, senza essere necessariamente il frutto di una qualche debolezza della psiche. La creatività aiuta e sostiene la razionalizzazione, immettendo nel racconto e nelle giustificazioni, elementi che lo confermino, creando una coerenza di ferro, almeno agli occhi di chi in questa crede. Non c’è spazio per autocritica e le prove contrarie scorrono sulla superficie dei fatti, senza intaccarli. Dall’analisi di questo episodio, Festinger e collaboratori, elaborarono le cinque condizioni che rendono possibile gli effetti della dissonanza. In sintesi, si tratterebbe di avere una fortissima convinzione, sostenuta da una persona che abbia fatto in suo nome scelte difficili, la convinzione stessa è inequivocabilmente passibile di smentita e questa viene anche riconosciuta come tale. In fine, chi porta avanti la notizia, deve essere riconosciuto dalla comunità come soggetto di un certo prestigio.

Resta il fatto che, ci si creda o no, l’Apocalisse, la fine del mondo, l’ultimo giorno dell’umanità non è cosa che lascia del tutto indifferenti e, se pure molti non ci credevano, molti ci hanno creduto e sarebbero pronti a farlo ancora. Perché?

Cosa lega molti individui all’idea di Apocalisse, di fine? Un neuroscienziato dell’Università del Minnesota, Shmuel Lissek, studioso del meccanismo della paura nelle sue ripercussioni sul cervello, riporta che il concetto di Apocalisse evoca una reazione di paura come prima emozione. Una paura però che non per tutti è paurosa. Anzi. Per chi sia stato soggetto di traumi diventa rassicurante e conosciuta. Lo scienziato ipotizza anche che l’idea di un fato superiore e crudele da cui non si può scappare, sia per queste persone  di spiegazione anche al proprio malessere e diventi quindi una specie di “buona notizia”. Sapere con esattezza della fine del mondo rende la minaccia chiara e prevedibile, quindi in qualche modo evita che ci si debba preoccuparsene. Se sappiamo quando e come si morirà, per di più per mano di una affascinante profezia, le nostre paure,  non smettono forse di avere lo stesso potere?

Pensiamo ai prepper, coloro che vogliono sopravvivere e  che, a tal fine,  si sono impegnati nell’organizzare per bene l’accoglienza alla fine del mondo, sistemando rifugi, raccogliendo acqua e viveri e tutte le cose del caso. Questi, hanno vissuto febbrilmente i giorni prima del 21, preparando kit di sopravvivenza, impegnandosi a far scorte di acqua e cibo, sentendo di avere uno scopo. Così facendo hanno orientato la loro vita all’obiettivo fine del mondo, non solo incanalando le loro energie verso una meta ma anche trovando nell’essere in tale stato di attivazione, una buona terapia ad altri eventuali malesseri.

L’Apocalisse può quindi essere anche un concetto positivo. Almeno sembrerebbe esserlo per i bambini. In un mondo dello spettacolo, del fumetto e della TV dove i “non morti” vanno al momento per la maggiore ( basti pensare alla serie TV  “The Walking Dead”) sembrerebbe che il mondo dell’infanzia cresca senza paura di tali personaggi o degli scenari che la fine del mondo potrebbe realizzare. Lo dice con una certa convinzione lo psichiatra infantile della Harvard nonchè  autore di libri sull’Apocalisse Zombie, appunto,  Steven Schlozman, sottolineando come molti pensino che dopo un tale disastro la vita potrebbe essere persino migliore.

Che sia un bene o un male, l’idea di fine è certamente una idea che solletica la nostra psiche ed è capace di suggerire emozioni e reazioni diverse a seconda della nostra storia e del nostro contesto. Se da una parte, specie nei gruppi, è molto facile trovare motivazioni buone a giustificare la prossima fine del mondo, quando sarà annunciata, perché prima o poi capiterà di nuovo, dall’altra è bene avere a portata di mano un sano mettersi un discussione per capire cosa ci porta a voler credere e di cosa nutriamo la nostra fede. Magari, partendo da bisogni che trascuriamo, potremmo finire con lo  scoprire qualcosa di noi e persino apprezzare il mondo com’è senza bisogno di zombie, apocalissi e messaggeri alieni.

Pollicino:  Quanti cercano qualcosa in cui credere
 
L’Orco :  Nostro signore della profezia
 
L’arma segreta :  Senso critico e confronto fuori dal gruppo

 

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Un commento su “Non sarà mica la fine del mondo! Quando la profezia non si avvera…..

  1. marisamoles
    3 gennaio 2013

    Molto interessante e affascinante questo post. Complimenti! E finalmente ho trovato qualcuno che scrive post lunghi. 😉 Mi ero fatta venire il complesso della prolissità tant’è che ora i miei post sono più brevi … tranne casi eccezionali.

I commenti sono chiusi.

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