Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

Del dovere di pensare. Quando la leggerezza si fa scusa alla violenza.

Chi tollera l’intollerabile è su un gradino più in giù dell’intollerante.
Giovanni Soriano
 

“Quanto appare facile, spesso, non pensare. Si prendono le cose alla leggera, non se ne può fare sempre una questione.” Dice il Superficiale Ottimista.

“Eppure, è quel sempre che ci rende persone, cittadini, uomini e donne civili“, risponde l’Ottimista Consapevole.

Un atteggiamento attento, suggerirebbe anche, di leggere la parola marketing in quanto accaduto in questi giorni, a ridosso della Giornata contro la Violenza sulle Donne ( 25 novembre), nell’umido Piemonte novembrino. Il vecchio adagio “che se ne parli male, purché se ne parli” deve essere stata la molla che ha spinto una supermercato Torinese, di cui non farò nome perchè già troppa pubblicità gratuita gli si fece, ad affiancare l’immagine di una donna di rosso vestita ( il colore del peccato) a quella dei loro candidi sanitari in offerta. Con NON velate allusioni a problemi importanti come la bulimia, l’uso della sessualità per far accorrere clienti, il corpo della donna come facile mezzo di pubblicità.

Del triste accadimento se ne è parlato molto, dalla Repubblica con l’articolo Quella pubblicità è contro le donne, a blog, opinionisti, movimenti per la donna. La risposta più precisa di sdegno è stata portata avanti dal Centro Donna tramite una lettera al supermarket del fai da te che si promuoveva con la becera campagna. La lettera, chiara e motivata, ha raggiunto buona parte della comunità, smuovendo l’indignazione e il pensiero intorno alla semplicità con cui un creativo possa pensare di legare immagini tanto infelici con il solo fine delle vendite. La ditta ha chiesto scusa e ritirata la campagna ( sulle modalità non è al momento mio interesse discorrere), ma le immagini girano ancora libere su internet e nell’immaginario di tutti. E chi vorrà saggiarne il cattivo gusto e la mala leggerezza, può farlo.

Ma cosa è successo? Che valore ha questo discorrere di donne e water? Sarà forse vero che non ci si può concedere neppure un attimo di leggerezza? La risposta è lampante. Gli ultimi eventi, alcuni ben più tragici di quelli sopra riportati, ci aiutano a rispondere con facilità. No, non possiamo concederci nessuna leggerezza parlando di donne, delle violenze a cui sono sottoposte quotidianamente, dei disordini alimentari di cui muoino, delle umiliazioni che subiscono. La pubblicità ha lo scopo di vendere, bene. Ma non si vende un prodotto ad ogni costo, ridicolizzando un problema di salute, mettendo in atto quegli stessi meccanismi che si cerca di elimare da centinaia di anni.  Il tanto utilizzato “C’è chi fa peggio” non è una ragione. E un mero tentativo di distribuire la responsabilità sociale di quello che si fa, spalmandola su altri per evitare di comprenderne in toto il peso di quanto si accetta come normale. Quello che capita nelle pubblicità è un eco di quello che capita in molte famiglie, di quello che si vive nei bar, sul lavoro,  negli istituti che dovrebbero far cultura. Quindi no, non possiamo permetterci leggerezza fin quando la vita di molte persone è ancora legata a ruolo rigidi che non permettono alla persone di creare la propria singola, unica, speciale esistenza.

Lendrevie e Rochan, studiosi di comunicazione francesi, scrivevano che noi recepiamo ( in media e al giorno) 2500 messaggi pubblicitari che con il empo facciamo nostri e ci aiutano a definire le nostre visioni del mondo. Stereotipi, pregiudizi, immagini non complete, superficiali, degradate del genere umano, arrivano anche da lì. La comunicazione semplificata, con slogan ritenuti divertenti e illustrazioni stereotipate o simboliche, trasforma la donna in un’oggetto della pubblicità, che perde la sua squisita facoltà di essere protagonista del messaggio e invece lo soffre, rendendolo a suo spese appetibile, quasi certamente per un pubblico maschile. 

Gli studi degli psicologi sono pieni di donne che hanno subito messaggi pieni di pregiudizi su quello che dovevano essere, che hanno combattuto con molestie per il solo fatto di essere donna, che si sono ferite ( dentro e fuori) per la sola colpa del nome. In famiglia e fuori. E la cultura di una famiglia si nutre delle sue tradizioni, dei suoi riti ma anche di quello che gli arriva dall’esterno, dell’immagine che la società gli dice di dover salvaguardare, costruire, sforzarsi di essere.

Ho provato una volta a chiedere ad un gruppo di commensali, una ventina, quanti avessero in vita loro subito delle violenze, anche in nome della leggerezza. Nessun uomo aveva anedotti da raccontare. Tutte le donne, chi subito, chi pensandoci, invece, ne aveva. A volte anche più di uno.  E se suonasse bizzarro il “pensandoci” posso certamente sottolinerare come la violenza contro le donne, sia ritenuta una cosa così “normale” troppo spesso, che una mano troppo lunga sul bus, una epitetto volgare ripetuto lungo la strada, un gesto sessualizzato, un riferimento alle proprie abitudini intime o alla propria immagine fisica ( o delle altre donne con cui ci si confronta) sono spesso ritenute banalità, scherzi, simbolo di giovialità. Sono invece coltelli che feriscono la fragilità di molte. Spesso in maniera indelebile.

In una società i cui pregiudizi uccidono, non c’è ancora posto per la leggerezza. William James, filosofo e psicologo americano, scriveva che “molte persone credono di pensare, ma in reatà stanno solo riorganizzando i loro pregiudizi“, dovremmo fare molta attenzione a cosa crediamo di pensare e mettere in discussione sempre le nostre certezze. Abbiamo il dovere di essere consapevoli del peso che hanno le nostre azioni, anche quelle che riteniamo leggere. Il divertente, ciò che diverge dal solito, negli ultimi anni sempre essere piuttosto il pensare che il fare qualcosa per svagarsi.

Non stiamo solo scrivendo di donne. Stiamo parlando di tutte le persone, nate uomini o donne che siano, che vedono messo alla berlina e deriso il proprio modo di essere. Perchè deridere è facile, accettato dalla maggioranza, non necessita fatica e da spesso un grande potere.

Alcuni giorni fa, colpito forse proprio da questa “leggerezza”, un ragazzo di soli 15 anni si è impiccato a Roma per le vessazioni subite dai compagni a causa di una presunta omosessualità. Per dei pantaloni rosa che indossava, pare. Rosa come il colore presente in questo post. Sembra sempre più forte anche in Italia, dopo le morti di minorenni in America, il pericolo dell’abuso di Internet ( la derisione era partita da facebook) insieme con la fragilità dei ragazzi che crescono in questi anni. Purtroppo, anche in questo caso, molte di quelle derisioni saranno state fatte con leggerezza ma si sono  tramutate in una tremenda, insopportabile sofferenza.

Una pubblicità per i sanitari e il suicidio di un minorenne non sono così apparentemente vicini. Ma il meccanismo della leggerezza indiscriminata è lo stesso. Permette di nuocere protetti da un sorriso, peraltro di cattivo gusto. Non siamo ancora abbastanza educati da poterci permettere certe  mancanze. La leggerezza, quella buona, quella che fa bene, dovrebbe essere l’obiettivo da raggiungere per le donne e gli uomini vessati ogni giorno per qualcosa che, in loro, si manifesta in maniera del tutto naturale, ma che all’occhio di molti appare degno di attacchi e “ironiche” rappresaglie.

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